Una società potrebbe smettere di avere bisogno del nostro lavoro e continuare a obbligarci a lavorare. Sembra una contraddizione, ma lo è soltanto se pensiamo che il lavoro serva esclusivamente a produrre cose. In realtà fa almeno altri due mestieri: distribuisce il diritto di accedere a ciò che è stato prodotto e organizza una parte enorme della vita sotto l’autorità di qualcun altro.

Oggi queste funzioni si confondono perché la produzione richiede ancora esseri umani. Qualcuno deve coltivare, riparare, trasportare, curare. Lo stipendio appare allora come il punto nel quale necessità collettiva e necessità individuale si incontrano: la società ha bisogno di una prestazione, la persona ha bisogno di reddito. Lo scambio può essere ingiusto, ma la sua ragione è comprensibile.

Immaginiamo invece che una superintelligenza artificiale coordini robot e macchine capaci di mantenere l’intera riproduzione materiale: energia, cibo, case, medicina, logistica, ricambi, perfino le infrastrutture necessarie a riparare le infrastrutture. L’ipotesi è estrema e non descrive la tecnologia attuale. Serve proprio per togliere dall’argomento ogni necessità residua e vedere che cosa rimane.

Rimarrebbe una domanda molto semplice. Perché una persona dovrebbe ancora cedere tempo e obbedienza per ottenere una casa, cure o libertà di movimento, se la sua prestazione non è più necessaria a produrli?

In quel momento il lavoro perderebbe la propria giustificazione economica. Se continuasse a esistere, mostrerebbe con chiarezza la funzione politica che oggi si nasconde dentro quella produttiva: decidere chi può accedere al mondo e a quali condizioni. Per questo dico che il lavoro dovrebbe finire. Non perché gli esseri umani debbano diventare inerti, ma perché nessuna attività dovrebbe essere estorta attraverso la minaccia della privazione.

Il lavoro non produce soltanto cose

La parola lavoro sembra indicare un gesto: cucinare, programmare, insegnare, guidare un treno. Ma nessuno di quei gesti è lavoro per natura. Preparare un pasto può essere cura, piacere, ricerca o servizio salariato. Il movimento delle mani cambia poco; cambiano il motivo per cui lo si compie, chi ne stabilisce il ritmo e che cosa accade se ci si rifiuta.

Per lavoro intendo qui un rapporto sociale preciso. Una persona cede la disponibilità delle proprie capacità per un tempo stabilito; un’organizzazione decide il fine generale dell’attività; il compenso restituisce alla persona l’accesso ai mezzi di vita. Anche un impiego creativo può appartenere a questa forma. La libertà di scegliere come risolvere un problema non equivale alla libertà di decidere se quel problema meriti anni della propria esistenza.

L’alienazione descritta da Marx nei Manoscritti del 1844 non coincide con la noia e non richiede che il prodotto sia brutto. Nasce quando l’attività vitale compare alla persona come qualcosa che appartiene ad altri e come un mezzo necessario a conservare la vita. Un pianoforte può essere splendido mentre l’esperienza di chi ripete per anni un frammento della sua produzione rimane povera. La bellezza dell’oggetto non risale automaticamente la catena fino a diventare significato per tutti.

Questo vale anche per lavori che non lasciano calli. Il contratto compra ore, ma spesso riceve la parte più vigile della giornata, più il tragitto, la preparazione e il tempo necessario a tornare mentalmente disponibili. La contabilità separa otto ore lavorate da otto ore libere; la coscienza non rispetta quel confine. Un conflitto, una fila di messaggi o una sequenza di decisioni continua dopo l’uscita e impoverisce il tempo che formalmente non è stato venduto.

È questo, per me, il costo più radicale del lavoro contemporaneo. Non sottrae soltanto ore alle passioni che già possediamo. Può sottrarre le condizioni mentali nelle quali passioni ancora sconosciute avrebbero potuto formarsi. Una persona non rinuncia sempre a un desiderio chiaramente percepito; spesso non arriva mai ad avere il tempo, l’energia e l’esposizione necessari per desiderare altro.

Da qui non segue che chi ama il proprio impiego si inganni. La ripetizione può contenere maestria, relazione e attenzione; una professione può dare competenza, amicizie e orgoglio. Il piacere vissuto è reale. Non dimostra però che la minaccia economica fosse necessaria a produrlo. Un’amicizia nata in una struttura obbligatoria non rende desiderabile l’obbligo. La critica riguarda il rapporto di dipendenza, non la qualità morale di chi riesce ad abitarlo bene.

La soglia che non abbiamo ancora superato

L’argomento comincia da una condizione che va tenuta ferma. Non basta che un modello scriva codice, che un robot sposti scatole o che un magazzino sembri automatico. Se esseri umani estraggono materiali, preparano dati, puliscono, gestiscono eccezioni e intervengono a ogni guasto, il lavoro non è scomparso. È stato spostato fuori dall’inquadratura.

La soglia post-lavoro richiede un sistema capace di sostenere l’intero ciclo materiale con un contributo umano non necessario alla sua continuità. Le macchine devono produrre e distribuire beni, diagnosticare i propri guasti, fabbricare ricambi e mantenere le fonti di energia da cui dipendono. Gli esseri umani possono ancora intervenire perché lo desiderano; la società non deve crollare quando non lo fanno.

Non siamo in quella condizione. L’International AI Safety Report 2026 registra progressi rapidi nel ragionamento e nell’esecuzione autonoma, ma anche capacità irregolari, errori elementari nei compiti lunghi e forti limiti nell’interazione fisica con il mondo. La rassegna dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro trova guadagni di produttività reali ma diseguali; i risparmi di tempo riferiti dai lavoratori sono ancora di pochi punti percentuali e non si osserva uno spostamento occupazionale complessivo su larga scala.

Questi dati non rendono inutile l’esperimento mentale. Gli danno un confine. Nel mondo attuale rimane attività necessaria e il problema immediato è ridurla, renderla sicura, dividerla equamente e aumentare il controllo di chi la svolge. Fingere che sia già superflua permetterebbe soltanto di ignorare il lavoratore rimasto dietro l’interfaccia.

Ma non occorre sapere se la soglia arriverà fra vent’anni, cento o mai. La domanda è condizionale e costituzionale: se la necessità produttiva venisse meno, quali istituzioni perderebbero la loro ragione? Formulata così, l’ASI non è una profezia. È il reagente che separa ciò che nel lavoro serve alla produzione da ciò che serve a conservare un ordine sociale.

Quando la necessità scompare, il salario cambia natura

Finché una parte della produzione dipende da attività sgradite o difficili, una società deve trovare il modo di assegnarle. Può ricorrere al salario, alla rotazione, al dovere civico o a combinazioni più giuste di quelle presenti. Quando quel bisogno arriva davvero a zero, pagare una persona perché lavori non compensa più un sacrificio necessario. Le consegna un diritto maggiore sui beni in cambio di qualcosa di cui gli altri non avevano bisogno.

Questo è il punto nel quale la tesi diventa volutamente radicale. Non basterebbe garantire a tutti un reddito minimo e continuare a remunerare chi desidera medicare, progettare, cucinare o dirigere organizzazioni. Se quelle attività sono libere e la riproduzione materiale è già assicurata, il loro valore non spiega perché debbano trasformarsi in quote differenti di case, territorio, energia o capacità computazionale.

Immaginiamo due passioni autentiche. Una persona ama restaurare manoscritti; un’altra ama amministrare capitali. Se il secondo desiderio riceve una remunerazione enormemente superiore, la fortuna di amare ciò che il vecchio mercato premiava continua a distribuire potere nel nuovo mondo. Il lavoro volontario diventa la porta attraverso cui la classe rientra dopo essere stata espulsa dalla produzione.

Per evitarlo, nessuna attività umana dovrebbe essere pagata. La frase suona assurda soltanto finché il salario viene pensato come il riconoscimento naturale del contributo. Non lo è. È un titolo di accesso nato in una società nella quale la sopravvivenza e la produzione dovevano incontrarsi attraverso lo scambio. Tolto quel presupposto, possiamo conservare gratitudine, reputazione, autorità scientifica e ammirazione senza convertirle nel diritto di possedere più mondo.

Marx scrive nel terzo libro del Capitale che la libertà comincia oltre l’attività imposta dalla necessità e che, perfino nel regno della produzione materiale, la prima conquista consiste nel ridurre lo sforzo necessario sotto il controllo comune dei produttori (capitolo 48). L’idea non è che il fare smetta di avere valore. È quasi il contrario: l’attività può diventare un fine in sé soltanto quando non deve più presentarsi come mezzo per meritare la vita.

Anche la reciprocità sopravvive al salario. Chi entra liberamente in un’équipe medica o in un progetto scientifico assume obblighi verso persone reali. Può essere escluso da quell’attività se viola procedure o abbandona una promessa senza transizione. Non può essere escluso dalle cure, dalla casa o dal cibo. La responsabilità riguarda le conseguenze dell’impegno; non diventa una licenza per minacciare l’esistenza di chi ha fallito.

Le macchine possono abolire i lavoratori senza abolire il dominio

L’automazione totale non contiene una politica. La stessa infrastruttura può liberare una popolazione dal bisogno o consegnarla a un proprietario che non ha più nemmeno bisogno di negoziare con i lavoratori. Una macchina non distribuisce da sola ciò che produce, e un’intelligenza capace di ottimizzare un obiettivo non decide chi abbia il diritto di formularlo.

La stessa capacità tecnica

Produzione autonoma di beni, servizi e infrastrutture

ASI robot energia fabbriche reti
Chi possiede e governa questa capacità?

Esito 01

Proprietà concentrata

La maggioranza perde il lavoro da vendere, ma continua a dipendere da chi controlla i mezzi della vita.

Superfluità senza libertà

Esito 02

Governo comune

L’accesso ai risultati diventa un diritto e l’amministrazione dell’infrastruttura resta revocabile e contestabile.

Abbondanza come istituzione
L’automazione elimina un vincolo tecnico, non sceglie l’ordine politico. La biforcazione decisiva riguarda proprietà, accesso e governo dell’infrastruttura.

Nel ramo proprietario, la società raggiunge un paradosso feroce. Gli esseri umani diventano economicamente superflui proprio mentre dipendono interamente da beni prodotti senza di loro. Il salario scompare per mancanza di domanda, ma il prezzo rimane; l’accesso continua a essere regolato da titoli di proprietà accumulati quando il lavoro era ancora necessario. L’automazione abolisce i lavoratori e conserva, in forma più pura, la loro subordinazione.

Gli effetti studiati oggi sono infinitamente più piccoli, ma mostrano già che la tecnologia non distribuisce in modo neutrale i propri guadagni. Automazione e creazione di nuovi compiti esercitano pressioni opposte su quota del lavoro e salari, come formalizzato da Daron Acemoglu e Pascual Restrepo. Nell’ipotesi estrema non resta però una nuova nicchia comparativamente umana nella quale spostare il reddito. Resta soltanto la proprietà.

Perciò ASI, robot, energia e infrastrutture produttive dovrebbero appartenere in comune. Comune non significa semplicemente intestato allo Stato. Un apparato pubblico opaco, amministrato da una casta tecnica e impermeabile al ricorso, può dominare quanto un monopolio privato. La proprietà è davvero comune quando chi dipende dal sistema può comprenderne le regole, contestarne le decisioni e rimuovere chi esercita potere in suo nome.

Le ricerche di Elinor Ostrom sulla governance dei beni comuni sono utili proprio perché non affidano tutto alla bontà dei partecipanti. Diritti d’uso definiti, controllo responsabile, regole modificabili e sedi reali per i conflitti trasformano la parola comune in un’istituzione. Su scala molto più grande servirebbero inoltre modelli ispezionabili, decisioni tracciabili, competenze diffuse e più centri capaci di controllarsi a vicenda.

Il potere tecnico non scomparirebbe. Chi comprende una rete energetica o sa intervenire su un sistema complesso avrebbe un’autorità che gli altri non possiedono. La distinzione decisiva passa tra autorità sul mezzo e sovranità sul fine. Il tecnico può spiegare che cosa accadrà se scegliamo una certa soglia di rischio; non può decidere da solo quali vite debbano sopportarla. In una società post-lavoro il potere non viene abolito. Gli viene impedito di fissarsi in una classe.

L’abbondanza ha ancora confini

Una produzione quasi autonoma potrebbe rendere molti beni così abbondanti da avvicinarli all’accesso universale. Non renderebbe infinita una casa in un luogo preciso, il tempo di una persona, una certa quantità di energia in un dato momento o l’uso simultaneo di una macchina rara. La scarsità non è un’obiezione alla società post-lavoro. È il punto nel quale la politica continua.

Oggi il prezzo distribuisce una parte dei beni scarsi lasciando che parli la ricchezza accumulata. Il vantaggio del metodo è la semplicità; il costo è che una disuguaglianza passata prenota il futuro. Una famiglia può controllare per generazioni una parte irriproducibile del mondo non perché ne abbia più bisogno o ne farà un uso migliore, ma perché possiede il titolo che consente di escludere.

In una società senza salario, i beni riproducibili possono diventare diritti d’uso. Quelli temporaneamente limitati richiedono criteri pubblici: bisogno, attesa, sorteggio, rotazione, finalità del progetto. Nessuno di questi criteri è neutrale e nessuno elimina il conflitto. La differenza è che il conflitto resta visibile e contestabile, invece di essere risolto in anticipo dal patrimonio.

Per la stessa ragione, un reddito universale sarebbe una buona protezione nella transizione ma un punto d’arrivo insufficiente. Se la collettività distribuisce denaro mentre case, energia, reti e capacità produttiva restano private, quel denaro ritorna ai proprietari sotto forma di affitti, tariffe e abbonamenti. La domanda viene socializzata; l’offerta conserva il potere di porre condizioni.

Il passaggio coerente va dal trasferimento monetario all’accesso diretto. I servizi di base universali ne offrono una versione ancora interna alla società presente. Nell’ipotesi post-lavoro, casa dignitosa, alimentazione, cure, istruzione, mobilità, energia e strumenti culturali non sono premi distribuiti dopo una prestazione. Sono la base dalla quale qualunque attività libera può cominciare.

Una società senza salario avrebbe dunque ancora un’economia. Dovrebbe misurare risorse, prevedere la domanda, scegliere priorità e gestire errori. Ciò che perderebbe è la facoltà di usare la scarsità come leva per ottenere obbedienza. Neppure una ASI renderebbe queste decisioni tecniche: ogni funzione obiettivo contiene già un giudizio su quali bisogni contano e su chi deve attendere.

La libertà non arriva già istruita

L’impiego non offre soltanto reddito. Distribuisce orari, relazioni, obiettivi e una risposta pronta alla domanda «che cosa fai?». Togliere il lavoro a una società educata per essere occupabile può produrre sollievo, ma anche smarrimento. La libertà non compare completa nel momento in cui viene rimossa la costrizione.

Hannah Arendt temeva proprio il paradosso di una società interamente formata attorno al lavoro che si ritrova improvvisamente senza lavoro. La sua distinzione fra labor, work e action non offre un programma economico, ma ricorda che mantenere la vita, costruire un mondo durevole e apparire fra gli altri come soggetti politici sono esperienze diverse (Stanford Encyclopedia of Philosophy). Se l’impiego ha assorbito tutte e tre, la sua scomparsa lascia capacità che devono essere nuovamente esercitate.

Una società post-lavoro avrebbe bisogno di luoghi e tempi nei quali imparare a scegliere: laboratori accessibili, educazione permanente, ricerca aperta, spazi politici e culturali non subordinati al consumo. Soprattutto, dovrebbe smettere di educare ogni bambino come una funzione economica futura. La domanda non sarebbe più quale posto occuperai, ma quali fenomeni vuoi comprendere, quali capacità desideri sviluppare e quali responsabilità sei disposto ad assumere.

Non tutti risponderebbero con un grande progetto. Alcuni cambierebbero direzione molte volte; altri sceglierebbero una vita locale, lenta o quasi invisibile. Qualcuno sprecherebbe anni. Questa possibilità non è un guasto da correggere reintroducendo la fame. Se la produzione è già assicurata, obbligare le persone per impedirne l’ozio significa ammettere che il lavoro non serviva più ai beni: serviva a disciplinare le vite.

Qui la tesi deve resistere a una tentazione. Non possiamo sostituire il dovere di lavorare con il dovere di essere creativi, colti, socialmente utili o interessanti. Sarebbe lo stesso tribunale con criteri più raffinati. La libertà comprende il diritto di non trasformare ogni ora in una prestazione ammirevole. Una scoperta merita più stima di un pomeriggio vuoto; non conferisce a chi l’ha compiuta più diritto alla continuità materiale.

Questo non produce una società senza obblighi. Le promesse liberamente assunte creano dipendenze reali, e chi cura una persona o partecipa a un progetto comune deve risponderne. La differenza è nel limite della sanzione. Possiamo perdere una funzione, una reputazione o la fiducia di un gruppo. Non perdiamo per questo la posizione di esseri umani ai quali spettano i mezzi della vita.

La transizione è già una costituzione

Fra il presente e l’automazione totale non esiste un interruttore. Le macchine possono diventare più capaci per decenni mentre contratti e proprietà restano gli stessi. Se aspettiamo la fine del processo per distribuire il potere, potremmo arrivarci quando nessuno, fuori dai proprietari dell’infrastruttura, possiede più la forza necessaria a cambiarlo.

Ogni guadagno di produttività contiene già una scelta. Può ridurre il tempo umano necessario, ampliare l’accesso ai beni, aumentare i redditi oppure concentrarsi in rendita. La tecnologia non seleziona da sola una destinazione. Se le ore restano uguali mentre diminuiscono i lavoratori e cresce il potere di chi possiede le macchine, la società post-lavoro viene preparata come oligarchia.

Per questo una transizione coerente non si misura dal numero di prodotti che contengono intelligenza artificiale. Si misura da quanta vita non deve più essere venduta, da quanta capacità produttiva passa sotto controllo comune e da quanti beni smettono di dipendere dall’impiego. Riduzione dell’orario, servizi universali e proprietà pubblica o cooperativa non sono compensazioni per chi perde contro le macchine. Sono anticipazioni istituzionali del principio che dovrebbe governare il loro successo.

Non so se una ASI capace di sostenere autonomamente la civiltà esisterà. So che, se esistesse, continuare a comprare obbedienza non avrebbe più la scusa della necessità. Il salario diventerebbe un meccanismo per distribuire differenze che la produzione non richiede; la proprietà privata delle macchine, il diritto di trasformare un’eredità storica nel controllo del futuro.

Non mi interessa un mondo nel quale nessuno faccia nulla. Mi interessa un mondo nel quale si possa fare moltissimo senza ottenere per questo più diritto alla vita degli altri, e nel quale fare poco non esponga alla privazione. L’attività umana continuerebbe, forse con una serietà oggi rara, perché non dovrebbe più travestirsi da mezzo di sopravvivenza.

Le macchine avrebbero compiuto il loro lavoro più importante non quando saprebbero sostituirci in ogni mansione, ma quando noi avremmo smesso di usare le mansioni per decidere chi può abitare pienamente il mondo.